Ci sono momenti in cui l’overthinking prende spazio senza che tu lo voglia, magari proprio quando provi a fermarti o a riposare.
La mente continua ad andare, anche quando non serve.
Non è un pensiero singolo, è un movimento continuo che sembra riattivarsi da solo.
Magari sei a letto o in un momento in cui tutto dovrebbe rallentare. Ma sotto, qualcosa continua.
Una parte di te prova a fermarsi, mentre un’altra continua a lavorare.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più frustranti: più provi a interrompere il processo, più sembra ripartire.
Come se non dipendesse davvero dalla tua volontà.
Overthinking: non è solo pensare troppo
Se fosse soltanto una questione di pensieri, basterebbe distrarsi, cambiare argomento o decidere di non pensarci.
Ma non funziona così.
Quello che senti non è solo mentale.
Spesso c’è qualcosa che spinge sotto i pensieri: una tensione leggera ma costante, una sensazione di pressione interna o di irrequietezza difficile da spiegare.
A volte la senti chiaramente nel corpo. Altre volte resta più sullo sfondo.
Ma continua ad esserci.
Ed è proprio questo stato che modifica il modo in cui la mente funziona.
La mente non produce pensieri a caso. Si adatta allo stato in cui si trova.
Il meccanismo dell’overthinking
Quando questo stato resta attivo, succede qualcosa di molto semplice, ma spesso difficile da vedere.
Compare una sensazione interna.
Può essere fastidio, tensione, inquietudine, instabilità o semplicemente la sensazione che qualcosa non sia completamente a posto.
La mente prova a darle un senso.
Inizia a cercare spiegazioni, riprende situazioni già vissute, costruisce scenari futuri o cerca soluzioni.
I pensieri iniziano a muoversi attorno a quella sensazione.
Ma mentre la mente lavora, lo stato interno non diminuisce.
Anzi.
Spesso aumenta leggermente.
E più aumenta, più la mente trova nuovi motivi per continuare a produrre pensieri.
Il sistema resta acceso e il ciclo continua.
Non perché stai sbagliando qualcosa.
Ma perché il processo tende ad alimentarsi da solo.
È lo stesso principio che si osserva nello sviluppo dello stress persistente e che approfondisco nell’articolo La catena dello stress: come si sviluppa lo stress cronico nel tempo.
Per questo l’overthinking non nasce semplicemente dai pensieri.
Nasce da un processo interno che continua a riattivarli.
Perché fermarsi non è semplice
Se questo meccanismo è presente, c’è un motivo per cui molte persone se ne accorgono soprattutto quando si fermano.
A letto, in doccia, in macchina o durante una pausa improvvisamente la mente riparte e sembra trovare sempre qualcosa su cui lavorare.
È facile pensare che il problema nasca proprio in quei momenti. In realtà accade il contrario.
Durante la giornata l’attenzione è continuamente occupata da attività, persone, impegni e scadenze. Quando questi stimoli diminuiscono, diventa semplicemente più evidente ciò che stava già accadendo sotto la superficie.
Per questo molte persone hanno la sensazione che il problema compaia quando si fermano.
Più spesso, però, la pausa non crea il fenomeno. Lo rende visibile.
Il corpo mantiene acceso il circuito
Quando si parla di overthinking si tende a immaginare un fenomeno esclusivamente mentale.
Eppure il corpo partecipa continuamente al processo.
Quando il sistema resta attivo, il respiro tende ad accorciarsi, le spalle si irrigidiscono, la mandibola si contrae e il tono muscolare aumenta.
Questa tensione non è soltanto una conseguenza dei pensieri. Diventa parte attiva del meccanismo.
La mente continua infatti a ricevere informazioni provenienti da quello stesso stato corporeo.
Avverte tensione, fastidio, dolore e reagisce facendo ciò che sa fare meglio: cerca spiegazioni, analizza situazioni e prova a prevedere ciò che potrebbe accadere.
Nel frattempo anche le emozioni possono iniziare a muoversi nella stessa direzione.
Inquietudine, preoccupazione, irritabilità o senso di pressione tendono ad accompagnare quello stato e a loro volta influenzano il modo in cui la mente interpreta ciò che sta accadendo.
In questo modo corpo, emozioni e pensieri finiscono per alimentarsi reciprocamente.
Più il corpo resta in tensione, più le emozioni e i pensieri tendono ad attivarsi.
Più emozioni e pensieri si attivano, più il sistema fatica a rallentare.
Perché l’overthinking non si ferma
A questo punto è naturale cercare una soluzione attraverso il pensiero stesso.
Si prova a bloccare i pensieri, a sostituirli con altri più rassicuranti o a trovare finalmente la risposta che permetta di chiudere la questione una volta per tutte.
All’inizio sembra una strategia ragionevole. Ma spesso non produce l’effetto sperato.
Il motivo è semplice: stai cercando di intervenire nello stesso punto in cui il processo si mantiene.
Più provi a controllare i pensieri, più continui a occupartene. Più cerchi di risolverli definitivamente, più rimangono al centro dell’attenzione.
Con il tempo i pensieri iniziano a prendere sempre più spazio. Non restano soltanto pensieri. Diventano qualcosa da sviluppare, da analizzare e da portare avanti.
La mente commenta, interpreta, anticipa, collega un pensiero all’altro e costruisce continuamente nuovi scenari.
È un fenomeno che approfondisco meglio nell’articolo dedicato al chiacchiericcio mentale.
A quel punto non è più il singolo pensiero a mantenere vivo il processo.
Il costo invisibile dell’overthinking
Restare a lungo in questo stato ha un costo che spesso passa inosservato.
All’inizio sembra soltanto una questione mentale.
Poi, con il tempo, iniziano a comparire stanchezza, minore lucidità o chiarezza e una maggiore difficoltà a recuperare energie.
Anche situazioni relativamente semplici possono richiedere uno sforzo superiore al necessario.
Non è soltanto una questione di quantità di pensieri.
È il consumo costante di risorse che deriva dal mantenere il sistema continuamente impegnato a monitorare, controllare e anticipare.
Più energia viene utilizzata in questo processo, meno ne rimane disponibile per il recupero, la presenza e la capacità di affrontare ciò che accade nel momento presente.
L’overthinking è un processo che si autoalimenta
Quando osservi l’overthinking da questo punto di vista, diventa più facile capire perché combattere direttamente i pensieri spesso non funziona.
Il problema non è il singolo pensiero, o la catena di pensieri che compare.
È il processo che continua a rimetterlo in moto.
Finché quel processo resta attivo, la mente continuerà a trovare nuovi contenuti su cui lavorare.
Potranno cambiare gli argomenti, le preoccupazioni o le situazioni coinvolte, ma il funzionamento resterà sostanzialmente lo stesso.
Per questo l’overthinking non è semplicemente un problema di pensieri.
È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi nel tempo.
Ed è proprio quando questo meccanismo inizia lentamente a perdere forza che cambia anche il rapporto con ciò che passa nella mente.
I pensieri non necessariamente scompaiono, ma iniziano ad avere meno urgenza, meno pressione e meno capacità di trascinarti dentro.
È ciò che approfondisco nell’articolo: Pensare troppo: quando i pensieri iniziano a perdere potere.

Questo articolo ha 0 commenti