Perché a volte gestire le emozioni diventa così difficile?
È una domanda che di solito iniziamo a farci quando ci accorgiamo che quello che proviamo tende a condizionarci più di quanto vorremmo.
La preoccupazione ci accompagna anche quando vorremmo occuparci d’altro. La rabbia si accende in situazioni che prima avremmo lasciato andare. La paura comincia a frenare alcune scelte.
Cerchiamo di calmarci, di pensarci meno, di reagire diversamente.
Eppure può non bastare.
Come abbiamo visto nell’articolo precedente, cosa sono e a cosa servono le emozioni, le emozioni fanno parte del nostro normale funzionamento, ci aiutano a riconoscere ciò che per noi è importante e a rispondere a ciò che accade.
Che cosa può renderle, allora, così difficili da gestire?
Perché ci sentiamo sopraffatti dalle emozioni?
Sentirsi sopraffatti non significa solamente essere travolti da un’emozione particolarmente intensa.
Può succedere anche quando una reazione emotiva comincia ad attivarsi più facilmente, anche in situazioni che prima non ci mettevano in difficoltà.
L’organismo, infatti, non affronta ogni esperienza partendo da zero; ciò che abbiamo vissuto condiziona il modo in cui reagiamo a ciò che incontriamo oggi.
Immaginiamo di aver vissuto una relazione nella quale esprimere un nostro bisogno portava spesso a una discussione.
Anni dopo possiamo trovarci con una persona completamente diversa e sapere che non reagirà necessariamente nello stesso modo.
Eppure, nel momento in cui proviamo a esprimere un nostro bisogno, possiamo sentire salire tensione e irrequietudine ancora prima di sapere come reagirà l’altra persona.
L’organismo utilizza ciò che ha imparato dalle esperienze passate per riconoscere rapidamente situazioni che potrebbero richiedere una reazione e prepararsi ad affrontarle. È una capacità adattativa e protettiva.
Una reazione emotiva può alimentare se stessa
Ma c’è un altro motivo per cui un’emozione può diventare difficile da lasciare andare.
Riprendiamo l’esempio precedente.
Mentre proviamo a esprimere il nostro bisogno, anche il corpo reagisce: il cuore può battere più velocemente, il respiro cambia e i muscoli si tendono.
Da quel momento non siamo più neutrali rispetto a ciò che accade: la tensione che stiamo provando cambia il modo in cui leggiamo la situazione.
Una domanda dell’altra persona o un’opinione diversa dalla nostra possono sembrarci subito il segnale che sta per iniziare una discussione.
Possiamo allora diventare più freddi, chiuderci o allontanarci.
Anche l’altra persona può reagire a sua volta al nostro comportamento, magari irrigidendosi o chiudendosi, alimentando ulteriormente la nostra irrequietudine.
Si crea così un circolo vizioso: ciò che proviamo influenza il modo in cui leggiamo la situazione e reagiamo; le conseguenze delle nostre reazioni possono poi alimentare ciò che stiamo provando.
Non sempre riusciamo a capire cosa stiamo provando
Un altro motivo per cui possiamo fare fatica a gestire le emozioni è più semplice di quanto sembri: non sempre abbiamo imparato a riconoscerle per come si presentano nella nostra esperienza.
Conosciamo parole come rabbia, ansia, paura o tristezza, ma conoscere il nome di un’emozione non significa necessariamente saperla riconoscere mentre la stiamo vivendo.
Spesso utilizziamo pochi riferimenti abituali per descrivere ciò che sentiamo.
Diciamo “sto male”, “sono nervoso” o “sono agitato” e finiamo per ricondurre a queste poche definizioni esperienze emotive che possono essere molto diverse tra loro.
Possiamo dire di essere “nervosi” quando siamo irritati, tesi o ci sentiamo sotto pressione; oppure descrivere semplicemente come agitazione esperienze diverse come preoccupazione, insicurezza o disagio.
Se utilizziamo sempre le stesse categorie, diventa più difficile distinguere ciò che stiamo realmente provando.
A rendere più difficile questo riconoscimento può contribuire anche ciò che abbiamo imparato sulle emozioni: se siamo cresciuti pensando che alcune emozioni non dovrebbero essere provate, mostrate o espresse, possiamo imparare a tenerle così lontane da noi da non riconoscerle più per quello che sono.
Ciò che non abbiamo imparato a riconoscere non smette per questo di far parte della nostra esperienza.
E se facciamo fatica a riconoscere ciò che proviamo, diventa inevitabilmente più difficile anche gestirlo.
Gestire le emozioni significa controllarle?
Quando un’emozione prende troppo spazio, è naturale cercare di modificarla o ridurne l’intensità.
Possiamo provare a trattenerci, imporci di stare tranquilli o sforzarci di reagire diversamente.
E in alcuni momenti contenere ciò che proviamo può essere utile: durante una discussione, per esempio, può impedirci di agire impulsivamente e darci il tempo di capire come vogliamo comportarci.
Il problema nasce quando controllare diventa il modo principale con cui cerchiamo di gestire le nostre emozioni.
Possiamo così iniziare a controllare continuamente quanto siamo agitati, preoccuparci appena avvertiamo un po’ di disagio, sforzarci di non arrabbiarci o dirci che non dovremmo essere tristi.
L’emozione diventa così qualcosa da sorvegliare, contenere o manipolare.
Possiamo rimandare un confronto perché temiamo di arrabbiarci, evitare alcune situazioni perché ci sentiamo inadeguati o riempire ogni momento della giornata per lasciare meno spazio alla tristezza.
A poco a poco, quindi, non cerchiamo più soltanto di controllare ciò che proviamo: iniziamo a modificare ciò che facciamo per evitare di provare determinate emozioni.
Il tentativo di controllare le emozioni comincia così a ridurre la nostra libertà.
Cercare di non sentire le emozioni
Se controllare ciò che proviamo diventa difficile, possiamo cercare di proteggerci in un altro modo: prendendo le distanze dalle nostre emozioni.
Quando ciò che sentiamo è troppo intenso o doloroso, allontanarcene temporaneamente può essere utile. Può permetterci di non esserne sopraffatti e di continuare ad affrontare, in qualche modo, quello che abbiamo davanti.
Possiamo abituarci a mettere da parte ciò che proviamo, distrarci appena qualcosa ci mette in difficoltà oppure concentrarci sul perché ci sentiamo così senza lasciare spazio a ciò che stiamo provando.
Con il tempo, cercare di non sentire può diventare una modalità abituale e portarci a perdere progressivamente il contatto con ciò che proviamo.
Le emozioni ci danno informazioni su ciò che per noi è importante: possono segnalarci che qualcosa ci ferisce, che un nostro limite è stato superato, che desideriamo qualcosa o che una situazione ha per noi un particolare significato.
Se perdiamo progressivamente il contatto con questi segnali, abbiamo meno informazioni emotive attraverso cui orientarci.
Il progressivo impoverimento della vita emotiva
Prendere abitualmente le distanze dalle emozioni può avere una conseguenza più profonda: non significa necessariamente riuscire a tenere lontano soltanto ciò che ci fa soffrire.
Con il tempo, può ridursi progressivamente il contatto con la nostra esperienza emotiva nel suo complesso.
Possiamo continuare a vivere le nostre giornate, lavorare, incontrare persone, fare le cose che abbiamo sempre fatto e, allo stesso tempo, accorgerci che qualcosa ci raggiunge sempre meno.
Una buona notizia ci fa piacere, ma non quanto ci saremmo aspettati. Un incontro che un tempo ci avrebbe coinvolto ci lascia quasi indifferenti.
Nel tentativo di proteggerci da ciò che è difficile sentire, possiamo quindi finire per rendere più difficile sentire pienamente anche ciò che dà valore, significato e intensità alla nostra esperienza.
La reazione emotiva coinvolge anche il corpo
Anche quando non siamo pienamente consapevoli di ciò che proviamo, la componente corporea della reazione emotiva può continuare a essere presente.
Possiamo così accorgerci della reazione emotiva soprattutto attraverso il corpo: tensioni muscolari, problemi gastrointestinali, disturbi del sonno o altri dolori e fastidi.
Prendere le distanze da ciò che proviamo non rende automaticamente neutra la risposta dell’organismo.
Gestire le emozioni significa recuperare flessibilità
Essere sopraffatti da ciò che proviamo, cercare di controllarlo, non riuscire più a riconoscerlo o arrivare a prenderne le distanze sembrano esperienze molto diverse.
Eppure hanno qualcosa in comune: in tutti questi casi perdiamo libertà nel modo in cui possiamo rispondere a ciò che ci accade.
La flessibilità permette all’organismo di adattarsi
Il nostro organismo si adatta continuamente al contesto che incontra.
Può modificare il proprio funzionamento per affrontare una situazione e modificarlo nuovamente quando quella situazione cambia: è questa possibilità di non rispondere sempre nello stesso modo che chiamo flessibilità.
Davanti a un pericolo possiamo diventare più vigili, aumentare la tensione e provare paura; quando il pericolo è passato, possiamo ridurre l’attivazione e tornare gradualmente a uno stato di tranquillità.
La flessibilità emotiva è una delle espressioni di questa capacità più generale dell’organismo di adattarsi a ciò che incontra momento dopo momento.
Anche la nostra risposta emotiva, quindi, può modificarsi per adattarsi alla situazione che stiamo vivendo.
Avere flessibilità emotiva non significa però stare sempre bene, provare soprattutto emozioni piacevoli o riuscire a liberarci di quelle che ci fanno soffrire.
Anche un’emozione spiacevole può essere adeguata a ciò che stiamo vivendo.
Ciò che conta è che la nostra risposta emotiva possa modificarsi in relazione alla situazione e ai bisogni del momento.
Che cosa significa davvero gestire le emozioni
Vista da questa prospettiva, anche l’idea di gestire le emozioni cambia significato.
Non significa controllare meglio ciò che proviamo né imparare a tenere a distanza ciò che ci mette in difficoltà.
Significa recuperare la flessibilità che ci permette di vivere ciò che proviamo e di modificare la nostra risposta in relazione a ciò che sta accadendo.
Forse, allora, la domanda non è più:
“Come faccio a controllare meglio quello che provo?”
La domanda diventa:
“Come posso recuperare la flessibilità che mi permette di vivere ciò che provo e rispondere ai bisogni del momento?”

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