Ci sono emozioni che accogliamo volentieri e altre che, se potessimo, preferiremmo non provare affatto.
La gioia raramente ci mette in difficoltà. Con la rabbia, la paura o la tristezza può essere molto diverso.
Quando arrivano, soprattutto se sono intense, tendiamo facilmente a considerarle qualcosa che disturba il nostro equilibrio: vorremmo controllarle, allontanarle o semplicemente smettere di sentirle.
Eppure le emozioni non compaiono per renderci la vita più difficile.
Fanno parte del modo in cui il nostro organismo vive ciò che accade, risponde alle esperienze e si orienta nel mondo che lo circonda.
Il punto è che non sempre sappiamo riconoscere ciò che proviamo.
Imparare a riconoscere le emozioni e comprenderne la funzione può allora cambiare il rapporto con ciò che sentiamo e aiutarci a capire meglio il modo in cui partecipano alla nostra esperienza.
Cosa sono le emozioni
Emozione deriva dal latino emovere, che significa “smuovere”, “scuotere”. Il termine richiama bene ciò che accade quando proviamo un’emozione: qualcosa modifica momentaneamente il nostro stato e prepara l’organismo a rispondere e adattarsi a ciò che sta vivendo.
Le emozioni sono quindi reazioni naturali dell’organismo a ciò che viviamo. Possono nascere da qualcosa che accade intorno a noi, come una parola, un incontro o una situazione improvvisa, ma anche da qualcosa che accade dentro di noi, come un pensiero, un ricordo o un’immagine.
Immagina di essere al lavoro e ricevere una critica che consideri ingiusta.
In pochi istanti possono cambiare molte cose. Il corpo si tende, il respiro si modifica, l’attenzione si concentra su ciò che è appena accaduto. Cominciano a emergere determinati pensieri e senti l’impulso a rispondere, difenderti o reagire.
L’emozione comprende l’insieme di queste reazioni e coinvolge l’organismo nel suo insieme.
Per questo un’emozione non è qualcosa che accade soltanto “nella testa”: corpo e mente partecipano alla stessa risposta dell’organismo a ciò che stiamo vivendo.
Emozioni, sentimenti, stati d’animo e umore: qual è la differenza?
Nel linguaggio quotidiano tendiamo a usare parole come emozione, sentimento, stato d’animo e umore quasi come sinonimi.
“Mi sento triste”, “sono di cattivo umore”, “provo rabbia”, “nutro rancore” descrivono però esperienze diverse, soprattutto per il modo in cui nascono, per quanto durano e per ciò verso cui sono rivolte.
Un’emozione è una reazione rapida e automatica dell’organismo a qualcosa che stiamo vivendo. La paura davanti a un pericolo improvviso o la rabbia per una frase che consideriamo offensiva ne sono esempi.
Un sentimento è un’esperienza più consapevole e costruita nel tempo. Non coincide semplicemente con una singola reazione emotiva, ma comprende anche i pensieri, i significati e le esperienze che abbiamo associato a una persona, a una situazione o a qualcosa di importante per noi. Amore, gratitudine o rancore possono quindi durare molto più a lungo dell’emozione da cui sono accompagnati.
Uno stato d’animo è invece più diffuso. Possiamo sentirci malinconici, irritabili o sereni per ore o per una giornata intera senza riuscire sempre a indicare un singolo episodio che abbia prodotto quello stato. È come un tono di fondo che accompagna ciò che facciamo e può influenzare il modo in cui viviamo esperienze anche molto diverse tra loro.
L’umore viene spesso utilizzato con un significato molto vicino a quello di stato d’animo. Più che cercare una separazione rigida tra i due termini, per il nostro discorso è importante riconoscere ciò che hanno in comune: entrambi possono descrivere una condizione emotiva più persistente e meno legata a uno stimolo preciso rispetto a una singola emozione.
Possiamo quindi immaginare una differenza semplice.
Ricevi una critica da una persona importante per te e provi immediatamente rabbia: questa è l’emozione.
Se quella persona è qualcuno verso cui, attraverso molte esperienze, hai sviluppato un profondo affetto oppure un rancore, quello è un sentimento: non nasce da quella singola critica e non scompare quando termina la rabbia.
Il giorno dopo ti alzi, la discussione è finita, la rabbia che hai provato si è attenuata, ma permane un tono emotivo che accompagna la tua giornata: questo è uno stato d’animo.
I confini tra queste esperienze non sono sempre netti e i termini non vengono utilizzati nello stesso modo in tutti i modelli psicologici.
Ma la distinzione ci permette già di capire qualcosa di importante: non tutto ciò che “sentiamo” nasce nello stesso modo, dura lo stesso tempo o mantiene lo stesso rapporto con ciò che lo ha fatto emergere.
A cosa servono le emozioni
Le emozioni hanno funzioni importanti: ci aiutano a rispondere a ciò che accade, orientano il nostro comportamento e ci forniscono informazioni su ciò che stiamo vivendo.
Le emozioni ci preparano a rispondere a ciò che accade
Una delle funzioni fondamentali delle emozioni è legata alla protezione e alla sopravvivenza. Di fronte a qualcosa che percepiamo come pericoloso, un’emozione può modificare rapidamente il nostro stato, prima ancora che abbiamo il tempo di ragionare sulla situazione.
Le emozioni ci preparano all’azione. Non producono tutte la stessa reazione: alcune favoriscono l’avvicinamento, altre l’allontanamento, altre ancora ci portano a fermarci, proteggerci o reagire. In questo modo contribuiscono ad adattare il nostro comportamento a ciò che stiamo vivendo.
Hanno anche una funzione di orientamento. Ci aiutano a riconoscere ciò che per noi è importante, piacevole, doloroso, minaccioso o contrario ai nostri bisogni. Quello che proviamo può quindi diventare un’informazione preziosa per comprendere il significato che un’esperienza sta assumendo per noi.
Le emozioni non riguardano soltanto noi
Le emozioni hanno anche una funzione importante nelle relazioni: ciò che proviamo non rimane confinato dentro di noi, ma entra continuamente nel rapporto con gli altri.
Possiamo accorgercene in situazioni molto semplici.
Entriamo in una stanza e percepiamo che c’è tensione, anche se nessuno ci ha ancora raccontato che cosa sia successo. Parliamo con una persona molto agitata e, dopo qualche minuto, possiamo accorgerci che qualcosa è cambiato anche nel nostro stato. In altre situazioni, la presenza di una persona tranquilla può invece contribuire a farci sentire più a nostro agio.
Questo fenomeno viene definito contagio emotivo: gli stati emotivi possono trasmettersi da una persona all’altra e influenzare ciò che proviamo mentre siamo in relazione.
Il volto, lo sguardo, il tono della voce, la postura e il modo di muoverci cambiano insieme al nostro stato emotivo. Quando interagiamo con qualcuno possiamo cogliere molti di questi segnali senza prestarvi deliberatamente attenzione e tendere spontaneamente ad accordarci ad alcuni aspetti del suo modo di esprimersi e di stare nella relazione.
Può crearsi così una forma di risonanza emotiva tra le persone.
Non ci limitiamo quindi a riconoscere intellettualmente ciò che l’altro sta provando: il suo stato emotivo può contribuire a modificare anche il nostro. Il ritmo della conversazione, la postura, i movimenti e persino il modo di respirare possono avvicinarsi, mentre qualcosa cambia anche nel modo in cui ci sentiamo.
Nelle relazioni avviene quindi uno scambio continuo: esprimiamo qualcosa del nostro stato, percepiamo quello degli altri e ciò che accade tra noi partecipa all’esperienza emotiva di entrambi.
Questo ci permette di osservare le emozioni da una prospettiva più ampia.
Ciò che proviamo non dipende soltanto da quello che accade dentro di noi, ma anche dall’ambiente umano e relazionale nel quale siamo immersi.
Le persone con cui viviamo, lavoriamo o trascorriamo il nostro tempo fanno parte delle esperienze alle quali il nostro organismo risponde continuamente.
Le emozioni ci aiutano anche a comprendere noi stessi
Le emozioni contribuiscono alla consapevolezza di noi stessi. Possono aiutarci a riconoscere un bisogno, un limite, qualcosa che desideriamo, qualcosa da cui vogliamo proteggerci o un’esperienza che richiede la nostra attenzione.
Questo non significa che ogni emozione ci dica automaticamente che cosa dobbiamo fare, né che la nostra interpretazione di ciò che proviamo sia sempre corretta.
Possiamo però iniziare a chiederci che cosa sta accadendo dentro di noi e quale funzione quella emozione sta svolgendo nell’esperienza che stiamo vivendo.
Per farlo, però, dobbiamo prima riuscire a riconoscere quale emozione stiamo provando.
Perché non è sempre facile riconoscere quello che proviamo
Provare un’emozione e riconoscerla non sono la stessa cosa.
Possiamo essere già dentro una reazione emotiva senza riuscire a dire con precisione che cosa stiamo provando.
Ce ne accorgiamo perché qualcosa è cambiato, ma spesso lo descriviamo in modo generico: siamo agitati, nervosi, tesi, a disagio oppure diciamo semplicemente di stare male.
Il corpo, poi, può mostrarci che qualcosa sta accadendo ancora prima che riusciamo a dargli un nome.
Può cambiare il respiro: diventare più corto, più rapido, profondo oppure trattenuto.
Possiamo sentire il cuore battere più forte, il petto stringersi, un nodo alla gola o lo stomaco chiudersi. La mandibola può irrigidirsi, le mani stringersi, alcuni muscoli entrare in tensione. Possiamo sentire caldo al viso, sudare, diventare più pesanti oppure avvertire improvvisamente il bisogno di muoverci.
Anche la postura può cambiare. Possiamo chiuderci, ritrarci, irrigidirci, protenderci in avanti o prepararci ad allontanarci.
Per questo, quando facciamo fatica a capire ciò che proviamo, possiamo iniziare proprio dal corpo.
Possiamo allora fermarci a osservare dove e come il corpo è cambiato e quale impulso accompagna quel cambiamento: allontanarci, reagire, nasconderci, avvicinarci, fermarci.
Non si tratta però di imparare un dizionario in cui a ogni sensazione corporea corrisponde automaticamente un’emozione.
La stessa sensazione corporea può infatti accompagnare emozioni differenti.
Il corpo ci offre quindi segnali da ascoltare, non etichette già pronte.
Per riconoscere quello che proviamo dobbiamo mettere insieme questi segnali con il resto dell’esperienza: ciò che sta accadendo, dove va la nostra attenzione, quali pensieri emergono e quale impulso sentiamo ad agire.
Un generico “sto male” può allora acquistare progressivamente una forma più precisa:
“Ho paura.”
“Sono arrabbiato.”
“Sono triste.”
Dare un nome all’emozione non significa semplicemente applicare un’etichetta.
Significa passare da una sensazione generica di disagio o agitazione al riconoscimento più preciso di ciò che stiamo provando.
A questo punto possiamo osservare più da vicino le principali emozioni, per capire come si manifestano, quale funzione svolgono e che cosa possono segnalarci.
Le principali emozioni: come riconoscerle e cosa ci segnalano
Non tutte le emozioni producono la stessa esperienza. Ognuna modifica in modo diverso il nostro stato, orienta l’attenzione e ci predispone a rispondere a ciò che sta accadendo.
Paura, rabbia, tristezza e gioia, per esempio, ci orientano in modi differenti e possono segnalarci aspetti diversi di ciò che stiamo vivendo. Accanto a queste, prenderemo in considerazione anche il pensiero quando tende a trasformarsi in rimuginio e ossessività.
Fin qui abbiamo visto che un’emozione non riguarda soltanto ciò che sentiamo o pensiamo, ma coinvolge l’organismo nel suo insieme.
Per approfondire questa dimensione corporea possiamo affiancare a quanto visto finora anche la prospettiva della Medicina Tradizionale Cinese.
È una prospettiva che considero particolarmente utile perché permette di osservare in modo articolato le interazioni tra emozioni e corpo.
Nella Medicina Tradizionale Cinese, infatti, corpo, mente ed emozioni non vengono considerati separatamente, ma come aspetti dello stesso funzionamento, messi in relazione attraverso i cinque movimenti: Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua.
Quella che utilizzeremo qui è volutamente una lettura essenziale e non esaustiva della Medicina Tradizionale Cinese: ci interessa soprattutto per comprendere la relazione tra le diverse dinamiche emotive e il modo in cui possono manifestarsi nel corpo.
Le manifestazioni corporee che vedremo sono quindi soltanto una parte di questa lettura. A ogni organo sono associate anche specifiche funzioni che possono esprimersi attraverso altri aspetti e zone del corpo, che qui non approfondiremo perché non direttamente legati al tema delle emozioni.
Questo non significa che a ogni emozione corrisponda automaticamente una determinata sensazione fisica. Come abbiamo visto, il corpo ci offre segnali da osservare, non etichette già pronte.
La lettura della MTC può però aggiungere una mappa attraverso cui osservare come le diverse dinamiche coinvolgono anche specifiche aree del corpo.
Rabbia
La rabbia può emergere quando incontriamo un ostacolo, percepiamo un’ingiustizia, sentiamo invaso il nostro spazio o avvertiamo che un nostro limite è stato superato.
Mobilita energia e ci prepara a reagire, difenderci o modificare una situazione. Può quindi segnalarci che qualcosa sta interferendo con i nostri bisogni, con ciò che riteniamo importante o con la direzione verso cui vorremmo andare.
Non si manifesta necessariamente attraverso un’esplosione: può presentarsi anche come irritazione, insofferenza, intolleranza, giudizio o frustrazione.
Nella Medicina Tradizionale Cinese la rabbia è associata al Fegato e al movimento Legno. Sul piano corporeo, questa dinamica può coinvolgere testa, collo, trapezi e zona delle scapole, con una sensazione di calore o energia che tende a salire, quasi come un fuoco che si dirige verso l’alto.
Gioia
La gioia emerge nelle esperienze che viviamo come piacevoli, gratificanti o significative. Ci orienta verso ciò che ci fa stare bene e favorisce l’avvicinamento, l’apertura e la relazione con ciò che ci circonda. Può segnalarci che una persona, un’attività o un’esperienza ha per noi un valore positivo.
Nella Medicina Tradizionale Cinese la gioia è associata al Cuore e al movimento Fuoco. Sul piano corporeo, questa dinamica può coinvolgere soprattutto testa e petto ed esprimersi attraverso la dimensione circolatoria, con una sensazione di apertura, espansione e maggiore movimento dell’energia.
Pensiero, rimuginio e ossessività
Il pensiero richiede una precisazione: non è un’emozione come la rabbia, la gioia, la tristezza o la paura. È però una parte fondamentale del modo in cui elaboriamo ciò che viviamo.
Pensare ci permette di analizzare un’esperienza, mettere in relazione informazioni, costruire significati, valutare possibilità e arrivare a una conclusione. Il pensiero logico e razionale ha quindi una funzione essenziale nell’orientarci nella realtà.
Quando però questa attività perde la capacità di procedere, possiamo continuare a tornare sugli stessi contenuti senza arrivare a qualcosa di nuovo.
Il pensiero può diventare ripetitivo e trasformarsi in rimuginio o assumere caratteristiche di ossessività.
Nella Medicina Tradizionale Cinese questa funzione è associata alla Milza e al movimento Terra. Sul piano corporeo, questa dinamica può esprimersi attraverso una sensazione di pesantezza e ristagno e coinvolgere addome, zona dorsale, mandibola e guance e tempie.
Tristezza
La tristezza può emergere di fronte a una perdita, una separazione, una delusione o alla consapevolezza che qualcosa a cui attribuivamo valore è cambiato o non c’è più.
Può portarci a rallentare e raccoglierci, orientando maggiormente l’attenzione verso il nostro mondo interiore e mettendoci in contatto con ciò che abbiamo perso e con il valore che aveva per noi. Nella Medicina Tradizionale Cinese la tristezza è associata al Polmone e al movimento Metallo.
Sul piano corporeo, questa dinamica può coinvolgere petto, gola, prime vertebre dorsali e zone postero-laterali dei fianchi. Il coinvolgimento del petto rende particolarmente evidente anche il rapporto che la tristezza può avere con il modo in cui respiriamo.
Paura
La paura emerge quando percepiamo qualcosa come pericoloso o minaccioso. La sua funzione è innanzitutto protettiva: orienta rapidamente l’attenzione verso il possibile pericolo e prepara l’organismo a rispondere.
La minaccia, però, non deve necessariamente essere presente davanti a noi. Possiamo avere paura anche di ciò che immaginiamo possa accadere.
In questo territorio possono entrare anche ansia e preoccupazione, quando l’attenzione si sposta verso possibili difficoltà e conseguenze future, o verso minacce immaginate o anticipate.
Nella Medicina Tradizionale Cinese la paura è associata al Rene e al movimento Acqua. Sul piano corporeo, questa dinamica può coinvolgere soprattutto la zona lombo-sacrale, il petto e la gola, accompagnandosi a sensazioni di tensione, contrazione o vulnerabilità.
Queste cinque aree non esauriscono tutta la complessità della nostra esperienza emotiva.
Nella vita reale, ciò che proviamo non si presenta sempre in forme così definite e separate. Vergogna, senso di colpa, disgusto, gelosia e molte altre esperienze possono nascere dall’intreccio di più dinamiche emotive, corporee e mentali.
Le cinque aree che abbiamo visto possono quindi aiutarci a orientarci, ma non servono a classificare rigidamente ciò che proviamo.
Come le emozioni cambiano il modo in cui guardiamo ciò che accade
Un’emozione non modifica soltanto il modo in cui ci sentiamo.
Quando siamo tristi, arrabbiati o impauriti può cambiare anche ciò a cui prestiamo attenzione, i pensieri che emergono più facilmente e il significato che attribuiamo a quello che stiamo vivendo.
Se siamo pervasi dalla tristezza, per esempio, tenderanno a emergere più facilmente pensieri coerenti con quello stato. Possiamo soffermarci maggiormente su ciò che manca, su quello che abbiamo perso o sugli aspetti più malinconici di una situazione.
Se siamo arrabbiati, invece, la nostra attenzione può diventare più sensibile agli ostacoli, alle ingiustizie, ai comportamenti degli altri che ci infastidiscono. Possono emergere più facilmente giudizio, intolleranza e pensieri conflittuali.
È come se l’emozione ci facesse indossare temporaneamente un paio di occhiali.
La realtà intorno a noi non è necessariamente cambiata, ma cambia ciò che notiamo maggiormente, il peso che attribuiamo ad alcuni elementi e il modo in cui li interpretiamo.
Questo aiuta a comprendere anche il movimento opposto.
Lo stesso evento non produce necessariamente la stessa emozione in persone diverse. Una situazione che in una persona suscita paura può provocare rabbia in un’altra e tristezza in un’altra ancora.
L’evento può essere lo stesso, ma non lo è l’organismo che lo incontra: ciascuno arriva a quell’esperienza con la propria storia, i propri bisogni, le proprie aspettative e il significato che attribuisce a ciò che sta accadendo.
Esiste quindi un rapporto continuo nelle due direzioni.
Ciò che viviamo influenza ciò che proviamo, ma ciò che proviamo influenza a sua volta il modo in cui viviamo e interpretiamo ciò che accade.
Finché questa relazione rimane flessibile, anche ciò che proviamo può modificarsi insieme alle situazioni che stiamo vivendo.
Ma cosa succede quando sono quasi sempre gli stessi “occhiali” a restare davanti ai nostri occhi?
Quando non stiamo più reagendo soltanto a ciò che accade nel presente
Possiamo ora distinguere un’emozione legata al presente da una tonalità emotiva che tende invece ad accompagnarci nel tempo.
Accade qualcosa che percepiamo come minaccioso e proviamo paura. Incontriamo un ostacolo e ci arrabbiamo. Perdiamo qualcosa a cui tenevamo e proviamo tristezza. L’emozione è legata a quella particolare esperienza.
Si attiva in relazione a ciò che sta accadendo, orienta la nostra risposta e può modificarsi quando la situazione cambia o viene elaborata.
Nel tempo, però, una determinata tonalità emotiva può diventare sempre più frequente e persistente, fino a costituire una condizione di fondo.
Non abbiamo più soltanto episodi di tristezza, rabbia o paura legati a situazioni specifiche: possiamo sentirci abitualmente tristi, irritabili, impauriti o preoccupati anche attraverso momenti ed esperienze differenti.
Ci avviciniamo quindi maggiormente a ciò che abbiamo definito stato d’animo: una condizione più diffusa e duratura, che non dipende necessariamente da un singolo episodio e che tende a colorare il modo in cui viviamo ciò che accade.
La differenza non riguarda quindi soltanto la durata.
Un’emozione legata al presente nasce principalmente in risposta a un’esperienza.
Uno stato d’animo predominante è invece già presente quando l’esperienza arriva e partecipa al modo in cui la osserviamo e interpretiamo.
Immaginiamo una persona che da tempo vive in una tonalità prevalentemente triste.
Una nuova esperienza non incontra soltanto ciò che sta accadendo in quel momento, ma anche uno stato d’animo già presente. Sarà quindi più facile che emergano pensieri e interpretazioni coerenti con quella tristezza.
È qui che gli “occhiali” di cui abbiamo parlato diventano qualcosa di più stabile.
Nell’emozione legata al presente, ciò che accade contribuisce a determinare ciò che proviamo.
Quando una tonalità emotiva diventa predominante, ciò che proviamo già contribuisce invece a determinare il modo in cui viviamo ciò che accade.
Naturalmente le due dimensioni possono intrecciarsi. Non possiamo sempre stabilire con precisione quanto appartenga al presente e quanto derivi da ciò che portiamo già con noi.
Possiamo però iniziare a farci una domanda:
Sto provando questa emozione soprattutto per ciò che sta accadendo oppure il mio stato d’animo sta influenzando il modo in cui vivo ciò che accade?
Quando una determinata tonalità emotiva tende a persistere, a ripresentarsi e a diventare uno degli “occhiali” principali attraverso cui guardiamo esperienze anche molto diverse, si apre allora la domanda successiva: perchè faccio fatica a gestire le emozioni?

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