Molte persone si accorgono di non riuscire a smettere di pensare solo quando provano a fermarsi.
Durante la giornata la mente resta occupata da impegni, problemi da risolvere e attività da portare avanti. Poi arriva un momento di pausa e qualcosa cambia.
Scoprono che fermarsi non coincide necessariamente con il fatto che la mente si fermi.
Torna sulle stesse cose, anticipa situazioni, riprende conversazioni, cerca risposte o soluzioni che sembrano non arrivare mai.
Non sempre, però, è facile descrivere con precisione quello che sta succedendo.
Alcuni parlano di mente iperattiva, altri di overthinking, altri ancora di rimuginio o di pensieri ripetitivi.
Al di là del nome che gli si vuole dare, l’esperienza è spesso molto simile: un’attività mentale che accompagna in sottofondo le giornate in modo così abituale da non attirare quasi più l’attenzione.
Ci si accorge dei singoli pensieri, molto meno facilmente del flusso che continua a generarli.
Perché smettere di pensare non è il problema
Quando succede, è facile arrivare a una conclusione: valutare che il problema sia come smettere di pensare.
Eppure non è così semplice.
Pensare è una funzione naturale della mente. Serve a comprendere, organizzare, pianificare, immaginare e trovare soluzioni.
Se il problema fosse il pensiero in sé, chiunque riflettesse molto dovrebbe stare male.
Eppure non accade.
Ci sono pensieri che aiutano a chiarire una situazione, prendere una decisione o affrontare un problema concreto. Una volta svolta la loro funzione, tendono naturalmente a esaurirsi.
Altri, invece, sembrano continuare anche quando non sembra esserci più nulla da comprendere o risolvere.
Ed è qui che può emergere una domanda diversa.
Perché alcuni pensieri riescono a esaurirsi naturalmente mentre altri continuano a tornare?
A prima vista sembrerebbe una questione di contenuto, come se la mente continuasse a tornarci perché manca ancora qualcosa da capire.
In molti casi, però, la mente continua a tornarci anche quando, dopo aver ripensato più volte alla situazione, non sembra esserci più nulla da capire.
Per questo, a un certo punto, smettere di pensare non viene più vissuto come il vero problema.
La domanda cambia e diventa piuttosto capire che cosa continua a mantenere attivo quel ciclo di pensieri.
Cosa continua a rimettere in moto i pensieri?
Una delle ragioni è che la mente non reagisce soltanto ai fatti che accadono fuori.
Reagisce anche allo stato che percepisce dentro.
Quando dentro c’è una sensazione di tensione, inquietudine o allerta, la mente tende automaticamente a cercare qualcosa che spieghi quello che sta succedendo.
Non necessariamente perché ci sia davvero un problema da risolvere.
Piuttosto come se quello stato fosse il segnale che c’è ancora qualcosa che richiede attenzione.
Riprende una conversazione, torna su una decisione o anticipa scenari futuri. Come se mancasse ancora qualcosa da capire, verificare o risolvere.
Finché quello stato resta presente, il ciclo dei pensieri tende a mantenersi attivo.
Per questo, molto spesso, il pensiero non è l’inizio del fenomeno.
È una risposta a uno stato che è già presente.
Ed è proprio questo che rende così difficile smettere di pensare semplicemente decidendo di farlo.
Quando questo processo continua nel tempo può assumere le caratteristiche tipiche dell’overthinking, che approfondisco nell’articolo il fenomeno dell’overthinking.
Ma già da qui può diventare più chiaro un aspetto: ciò che mantiene attivi i pensieri non sembra riguardare soltanto la mente.
Il corpo entra nel circuito
Se ciò che mantiene attivi i pensieri non riguarda soltanto la mente, allora diventa utile osservare dove questo stato si manifesta più chiaramente.
Nel corpo.
La mente può continuare a lavorare per ore senza che tu ti renda conto di cosa stia succedendo davvero.
Il corpo, invece, tende a essere molto più diretto: la cervicale inizia a dare segnali, le spalle si irrigidiscono, la mandibola si contrae e il respiro si accorcia.
Compare fastidio e una sensazione di tensione, di allerta o di irrequietezza difficile da spiegare.
Quando questi segnali sono presenti, la mente raramente resta neutrale.
Come se interpretasse quella tensione come il segnale che c’è ancora qualcosa che richiede attenzione.
A quel punto può diventare più evidente un aspetto: quella tensione, i pensieri che la accompagnano e le emozioni che si attivano non sembrano fenomeni indipendenti.
Fanno parte dello stesso processo e tendono a influenzarsi reciprocamente.
Quando inizi a osservarli insieme, diventa più facile avere un’intuizione diversa.
Come se ciò che stai vivendo non riguardasse soltanto la mente, ma coinvolgesse contemporaneamente altre parti di te.
E la mente fosse soltanto una delle modalità attraverso cui questo stato si esprime.
Ma anche quando questa intuizione diventa più chiara, l’attenzione tende quasi sempre a tornare sui pensieri.
Sono la parte più evidente dell’esperienza e quella che sembra più facile da controllare.
Il limite del controllo mentale
Quando inizi a riconoscere il funzionamento della mente iperattiva, la reazione più naturale è quasi sempre la stessa: provare a fare qualcosa per controllarla, fermarla.
Cerchi di lasciar perdere. Ti dici che stai pensando troppo. Provi a trovare una risposta definitiva, una spiegazione che chiuda la questione o un modo per toglierti quel pensiero dalla testa.
A volte cambi argomento. Altre volte cerchi di convincerti che non c’è nulla di cui preoccuparsi.
A volte sembra funzionare. Altre volte, invece, succede qualcosa di frustrante.
Più provi a smettere di pensarci, più ti accorgi che la mente continua a tornarci.
Non necessariamente sugli stessi contenuti, ma nello stesso modo e con la stessa intensità.
È uno dei motivi per cui molte persone iniziano a sentirsi senza controllo.
Non perché abbiano troppi pensieri, ma perché non riescono a decidere quando lasciarli andare.
A quel punto può emergere un dubbio: che il problema non sia la mancanza di controllo, ma il tentativo stesso di controllare i pensieri.
Come se cercare di intervenire direttamente su di essi rischiasse di diventare parte del fenomeno che li mantiene attivi.
Non perché la tua mente sia fuori controllo, ma perché stai cercando di intervenire nel punto sbagliato.
Smettere di pensare troppo? Forse la domanda è un’altra
Per gran parte del tempo è naturale concentrarsi sui pensieri.
Sono loro che occupano la mente, consumano energie e sembrano impedire di trovare calma o lucidità.
Eppure, osservando meglio quello che accade, può emergere una possibilità diversa.
Forse il punto non è riuscire a smettere di pensare.
Perché se i pensieri sono una risposta a uno stato più profondo, eliminarli non significa necessariamente modificare ciò che li sta generando.
È un po’ come spegnere una spia senza chiedersi perché si sia accesa.
Per questo molte persone scoprono che la vera domanda non è:
Come faccio a fermare i pensieri?
Ma:
Che cosa stanno cercando di segnalarmi?
È da qui che l’attenzione inizia a spostarsi.
Dai pensieri a ciò che continua a mantenerli attivi.
E quando ciò che mantiene attivo questo meccanismo inizia a modificarsi, il cambiamento non riguarda solo i pensieri.
Molte persone descrivono una sensazione diversa nel modo di vivere le proprie giornate e nel rapporto che hanno con la propria mente.
Ne parlo nell’articolo: Pensare troppo: quando i pensieri iniziano a perdere potere.

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