Quando pensiamo al burnout immaginiamo facilmente una persona arrivata al limite.
Esausta, senza energie, incapace di continuare a sostenere il lavoro e le responsabilità che fino a poco tempo prima riusciva ancora ad affrontare.
Ma quella è una condizione che può arrivare alla fine di un processo molto più lungo.
Il burnout può costruirsi progressivamente mentre continuiamo ancora a lavorare, affrontare responsabilità e rispondere alle richieste della nostra vita.
Per comprenderlo, quindi, non basta guardare al momento in cui le risorse sembrano ormai esaurite.
Dobbiamo osservare che cosa è accaduto prima.
Il problema non è soltanto quanto stress riesci a sopportare
Il nostro organismo possiede una straordinaria capacità di adattamento.
Se attraversiamo un periodo particolarmente impegnativo, può modificare il proprio funzionamento per permetterci di affrontarlo.
Possiamo mobilitare più energie, aumentare l’attenzione, reagire più velocemente, mettere temporaneamente in secondo piano stanchezza e altri bisogni.
È proprio questa capacità che ci permette di affrontare una scadenza importante, un’emergenza o un periodo nel quale dobbiamo sostenere più del solito.
Per qualche tempo può funzionare molto bene.
Il problema nasce quando quello che avrebbe dovuto essere un periodo eccezionale diventa progressivamente il nostro modo abituale di vivere.
La pressione continua.
E l’organismo continua ad adattarsi.
A quel punto la domanda non è più soltanto: “Quanto stress sto vivendo?”
Diventa: “Quanto mi costa continuare a funzionare in questo modo?”
Il burnout si costruisce mentre continui a funzionare
Uno degli aspetti più insidiosi del burnout è che per molto tempo possiamo continuare a fare tutto ciò che dobbiamo fare.
Lavoriamo, risolviamo problemi, rispondiamo alle richieste e manteniamo le nostre responsabilità.
Solo che continuare a funzionare comincia a richiedere sempre più risorse.
Abbiamo bisogno di uno sforzo maggiore per concentrarci, arriviamo alla sera più stanchi, diventiamo più irritabili e situazioni che prima affrontavamo facilmente iniziano a pesare di più.
Spesso però non interpretiamo questi cambiamenti come segnali di una condizione che sta cambiando.
Continuiamo.
Possiamo compensare aumentando l’impegno, lavorando più a lungo, eliminando le pause o rinunciando progressivamente a ciò che non consideriamo indispensabile.
Prima salta l’attività che ci piaceva fare dopo il lavoro.
Poi abbiamo meno energie per vedere qualcuno.
Il fine settimana serve soprattutto per riprenderci dalla settimana appena trascorsa.
La vita può così iniziare a restringersi intorno a ciò che dobbiamo necessariamente sostenere.
Eppure continuiamo ancora a funzionare.
È proprio questo che può renderci difficile riconoscere quanto ci stia costando farlo.
Il parametro, quindi, non può essere soltanto “riesco ancora a fare tutto?”.
Diventa importante osservare anche quante risorse dobbiamo utilizzare per riuscirci e che cosa rimane disponibile per tutto il resto.
Quando anche la mente comincia a fare più fatica
Quando una condizione di pressione continua a lungo, non cambia soltanto la quantità di energia che abbiamo a disposizione.
Può cambiare anche il modo in cui funziona la mente.
Possiamo sentirla continuamente attiva, impegnata a pensare a quello che dobbiamo fare, a ciò che potrebbe succedere o a come risolvere problemi che sembrano non finire mai.
Anche quando smettiamo di lavorare, una parte di noi continua a farlo.
Ripercorriamo una conversazione.
Anticipiamo la giornata successiva.
Cerchiamo una soluzione.
Pensiamo a quello che abbiamo dimenticato o a ciò che potrebbe andare storto.
In questa condizione, pensare di più può diventare un tentativo di tenere tutto sotto controllo e riuscire a sistemare tutto.
Ma più la mente rimane impegnata in questo lavoro continuo, meno riesce realmente a interrompersi.
Possiamo così ritrovarci con una mente molto attiva e, contemporaneamente, fare sempre più fatica a concentrarci.
Leggiamo qualcosa e dobbiamo tornare indietro.
Perdiamo il filo più facilmente.
Prendere una decisione richiede più tempo.
Passare da un compito all’altro diventa faticoso.
Possiamo avvertire una vera e propria pesantezza mentale, come se anche attività normalmente semplici richiedessero uno sforzo maggiore.
Non è una contraddizione.
Una mente continuamente impegnata non è necessariamente una mente più lucida o più efficiente.
Può esserci moltissima attività mentale e, nello stesso tempo, sempre meno disponibilità per concentrarsi, scegliere e affrontare ciò che abbiamo davanti.
Anche questi cambiamenti fanno parte del costo che possiamo sostenere mentre continuiamo apparentemente a funzionare.
E proprio perché non ci impediscono immediatamente di andare avanti, possiamo abituarci anche a loro: alla mente sempre accesa, alla difficoltà di concentrarci, alla sensazione di avere la testa piena e al bisogno continuo di pensare ancora per cercare di rimettere tutto a posto.
Quando recuperare diventa sempre più difficile
Dopo una giornata impegnativa è normale essere stanchi.
Quello che diventa più interessante è osservare che cosa succede dopo.
Riusciamo a recuperare le risorse che abbiamo utilizzato?
Una notte di sonno può permetterci di svegliarci in una condizione diversa. Un fine settimana può restituirci energie. Una pausa può interrompere realmente ciò che stavamo facendo e permetterci di tornare con maggiore disponibilità.
Quando siamo sottoposti a una pressione continua, però, questo recupero può diventare progressivamente meno efficace.
Dormiamo, ma ci svegliamo ancora stanchi.
Arriva il fine settimana, ma abbiamo bisogno di gran parte del tempo semplicemente per riprenderci.
Smettiamo di lavorare, ma la mente continua a occuparsi di problemi, scadenze e cose da fare.
In questo modo ogni nuova richiesta può arrivare quando non abbiamo ancora recuperato completamente da quella precedente.
La giornata successiva non comincia più dallo stesso punto.
Se questa condizione continua nel tempo, la distanza tra le risorse che utilizziamo e quelle che riusciamo a recuperare può diventare progressivamente maggiore.
Per questo osservare come recuperiamo può dirci qualcosa che la semplice capacità di continuare a lavorare non riesce a mostrarci.
La Mindfulness rende più visibile ciò che normalmente superiamo
Quando siamo sotto pressione, gran parte della nostra attenzione tende naturalmente a rivolgersi verso ciò che dobbiamo fare.
La prossima scadenza.
Il problema da risolvere.
La persona a cui dobbiamo rispondere.
Quello che non abbiamo ancora terminato.
In questo modo possiamo diventare molto efficienti nel riconoscere le richieste esterne e molto meno capaci di accorgerci di ciò che sta accadendo dentro di noi.
La Mindfulness introduce qualcosa di diverso.
Porta presenza e consapevolezza nell’esperienza che stiamo vivendo.
Attraverso la pratica iniziamo a sentire il corpo, riconoscere la tensione, osservare il respiro, accorgerci della stanchezza e vedere con maggiore chiarezza ciò che accade nei pensieri e nelle emozioni.
Non per analizzarci continuamente.
Ma per recuperare informazioni che spesso ignoriamo mentre cerchiamo semplicemente di andare avanti.
Una pausa non è più soltanto il tempo che ci separa dal prossimo compito.
Può diventare il momento nel quale ci accorgiamo di quanto siamo stanchi.
Una tensione non è soltanto qualcosa da sopportare.
Può diventare un’informazione sullo stato in cui ci troviamo.
La Mindfulness può quindi aiutarci a sentire il costo dell’adattamento mentre lo stiamo sostenendo, invece di scoprirlo soltanto quando diventa impossibile ignorarlo.
Accorgersi prima cambia le possibilità che abbiamo
Riconoscere prima ciò che sta accadendo non elimina automaticamente le cause della pressione.
Ma cambia qualcosa di fondamentale.
Ci permette di intervenire quando abbiamo ancora possibilità di scelta.
Possiamo accorgerci che stiamo attraversando un periodo nel quale recuperiamo sempre meno.
Che continuiamo a lavorare anche mentalmente quando la giornata è finita.
Che ogni spazio libero viene immediatamente riempito.
Che stiamo rinunciando sistematicamente a ciò che ci permette di recuperare.
Che il corpo continua a mandarci segnali che trattiamo come fastidi da superare.
O che una situazione lavorativa sta chiedendo stabilmente più di quanto possiamo sostenere.
Se non riconosciamo tutto questo, possiamo continuare ad adattarci.
Quando invece diventa percepibile, possiamo iniziare a modificare qualcosa prima che sia l’esaurimento a costringerci a farlo.
La Mindfulness non serve a renderti capace di sopportare di più
Questo punto è essenziale.
Parlare di Mindfulness e burnout non significa insegnare alle persone a gestire meglio lo stress affinché riescano a sostenere carichi sempre maggiori.
Una situazione insostenibile rimane insostenibile anche se pratichi Mindfulness.
Se le richieste sono eccessive, se mancano continuamente tempi di recupero, se un ambiente di lavoro è disfunzionale o se responsabilità e risorse sono profondamente sbilanciate, non possiamo trasformare tutto questo in un problema individuale di gestione dello stress.
La consapevolezza può servire anche a riconoscere che qualcosa deve cambiare.
A volte significa recuperare spazi che abbiamo progressivamente eliminato.
Altre volte mettere un limite.
Chiedere aiuto.
Ridiscutere una responsabilità.
Oppure riconoscere che una determinata situazione non può continuare nello stesso modo.
La Mindfulness non decide al nostro posto quale cambiamento sia necessario.
Ma può aiutarci a vedere prima ciò che continuare a funzionare ci aveva permesso di non vedere.
Burnout e Mindfulness: accorgersi del costo prima di arrivare all’esaurimento
Il burnout non riguarda soltanto quante cose facciamo.
Riguarda anche quanto costa all’organismo continuare a farle e quanto riesce a recuperare dopo averle fatte.
Possiamo ignorare a lungo questo costo proprio perché siamo ancora capaci di funzionare.
Ed è uno dei motivi per cui imparare a essere presenti alla nostra esperienza diventa così importante.
La Mindfulness non elimina le richieste della vita e non rende sostenibile ciò che non lo è.
Può però permetterci di riconoscere prima ciò che sta accadendo, sentire quando le risorse stanno diminuendo e accorgerci quando continuare ad adattarci sta diventando progressivamente più costoso.
Aspettare di non farcela più significa accorgersi molto tardi di un processo che il nostro organismo stava mostrando già da tempo.

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