Chi vive accanto a una persona molto ansiosa finisce per diventare ansioso a sua volta?
È una domanda che molte persone si pongono.
Osservando alcune famiglie, coppie o gruppi di lavoro sembra quasi che l’ansia possa diffondersi da una persona all’altra.
In realtà l’ansia non si trasmette come un’influenza.
Non si trasmette un’emozione.
Si trasmettono piuttosto modi di interpretare la realtà, abitudini, reazioni e modi di affrontare ciò che accade.
Ed è proprio per questo che, in alcuni casi, può sembrare contagiosa.
Non si trasmette l’ansia, ma il modo di stare al mondo
Chi cresce accanto a persone costantemente pre-occupate tende ad assorbire molto più di quanto immagini.
Le parole.
I comportamenti.
Le aspettative.
Le reazioni agli imprevisti.
Il modo di affrontare il futuro.
Se ogni situazione viene vissuta come un possibile problema, il mondo può iniziare ad apparire come un luogo pieno di rischi da controllare.
Se ogni errore viene percepito come una minaccia, può diventare difficile vivere con serenità l’incertezza e il cambiamento.
Questo processo spesso avviene in modo silenzioso.
Non viene insegnato intenzionalmente.
Viene semplicemente osservato, assorbito e normalizzato.
Crescere in un clima di preoccupazione cambia il modo di vedere le cose
Molte persone che soffrono di ansia raccontano di essere cresciute in ambienti dove la preoccupazione era costantemente presente.
Genitori sempre in allerta.
Paura per il futuro.
Bisogno di controllare tutto.
Difficoltà a fidarsi della vita o delle proprie capacità.
Con il tempo queste modalità possono diventare familiari, così familiari da sembrare normali.
E quando qualcosa viene percepito come normale, smettiamo persino di accorgercene.
Quando l’allerta diventa la normalità
Uno degli aspetti più insidiosi dell’ansia è proprio questo.
Non sempre viene percepita come un problema.
A volte diventa semplicemente il modo abituale di funzionare.
Viviamo costantemente qualche passo avanti rispetto al presente.
Anticipiamo possibili difficoltà.
Passiamo molto tempo a cercare soluzioni a problemi che forse non arriveranno mai.
La mente resta occupata.
Il corpo resta contratto.
L’attenzione resta orientata verso ciò che potrebbe andare storto.
Dopo anni, tutto questo può apparire normale.
Eppure il sistema continua a vivere in uno stato di allerta costante.
Il primo passo è accorgersene
Molte persone cercano di eliminare l’ansia senza prima comprendere come funziona.
Ma è difficile modificare qualcosa che non si riesce a vedere.
Per questo il primo passo consiste nello sviluppare una maggiore consapevolezza.
Accorgersi dei propri pensieri abituali.
Riconoscere le preoccupazioni che si ripetono.
Osservare come reagisce il corpo.
Notare quanto tempo viene trascorso a immaginare scenari futuri.
Più diventiamo consapevoli di questi meccanismi, più aumenta la possibilità di interromperli.
Cosa può fare il lavoro corporeo
Quando si parla di ansia, l’attenzione si concentra spesso esclusivamente sui pensieri.
Ma l’ansia non riguarda soltanto la mente.
Coinvolge il respiro, la muscolatura, il sonno, l‘energia e il sistema nervoso.
Per questo motivo il lavoro corporeo può rappresentare un supporto importante.
Lo shiatsu non lavora contro l’ansia e non cerca di eliminarla.
Lavora piuttosto sulle condizioni corporee che contribuiscono a mantenerla attiva.
Attraverso il contatto e il rilassamento profondo favorisce una maggiore percezione di sé e una progressiva riduzione degli stati di tensione che accompagnano l’ansia.
Quindi l’ansia è contagiosa?
Se per contagiosa intendiamo una malattia che passa da una persona all’altra, la risposta è no.
Se invece parliamo di modelli relazionali, abitudini emotive e modi di interpretare la realtà, allora la risposta è più complessa.
Le persone che ci circondano influenzano profondamente il nostro modo di vedere il mondo.
Per questo è possibile crescere imparando la preoccupazione così come si impara la fiducia.
La buona notizia è che ciò che è stato appreso può anche essere riconosciuto, compreso e trasformato.
E spesso il cambiamento inizia proprio nel momento in cui smettiamo di considerare certi automatismi come qualcosa di inevitabile.

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