coltivare gli 8 stati mentali della consapevolezza - parte 1

Quando decidete di intraprendere un cammino meditativo di solito lo fate per raggiungere un certo benessere, per stare meglio con voi stessi, per affrontare e superare momenti difficili.

Con le prime sedute di pratica vi si svela sin da subito però la difficoltà di sostare nel momento presente, di accettare le cose così come sono senza manipolarle; viviamo la difficoltà del “lasciar andare” confondendolo con il raggiungimento di un obiettivo o, peggio, con l’eliminazione della fonte di dolore.

Poi, man mano che troviamo costanza nella pratica, sentiamo crescere dentro di noi e in modo sottile alcune qualità che riconosciamo come “nostre” ma che non siamo abituati ad utilizzare nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, in famiglia o in situazioni di mondanità.

Queste qualità della mente non sono nuove, sono in realtà sempre state presenti sin dalla nascita. Sono qualità che i bambini utilizzano costantemente per osservare il mondo “con i loro occhi”, ma che poi perdiamo a poco a poco a causa dei continui condizionamenti a cui siamo sottoposti e che ci vogliono sempre più performanti e inconsapevoli.

Praticare la mindfulness è un allenamento costante che richiede tempo.

Si potrebbe per similitudine pensare alla coltivazione di una serra o di un giardino. I frutti fioriscono al verificarsi di determinate condizioni: caldo, freddo, pioggia, vento, umidità…

Nella pratica di consapevolezza è lo stesso; affinché si possano svelare i frutti della pratica è necessaria la presenza di alcune qualità della mente che sono essenziali alla pratica, ma che crescono solamente praticando con costanza: gli otto stati mentali.

La mindfulness è infatti coltivata attraverso specifici atteggiamenti con cui ci si accosta alla pratica e la si svolge. In generale Jon Kabat Zinn ritiene che l’atteggiamento utile per vivere la pratica sia quello scettico, ma aperto e curioso di uno scienziato che osserva senza preconcetti tutto ciò che si svela nell’esperienza.

In particolare gli otto stati mentali che vengono coltivati con le pratiche formali o informali di mindfulness sono: la mente del principiante, l’assenza di giudizio, il non cercare risultati, l’accettazione, il lasciar andare, la pazienza, la fiducia e l’autocompassione a cui si aggiunge una caratteristica di approccio alla pratica di autodisciplina e impegno.

Vediamoli uno per uno:

 

·         Mente del principiante (Shoshin) – E’ una qualità dell’osservazione/consapevolezza; è la mente che decide di aderire alla pratica come se fosse sempre nuova, differente dalla volta precedente. Questa qualità fa osservare i fenomeni, siano essi fisici o psichici, come se fosse sempre la prima volta che li incontriamo, con un senso di novità, curiosità e freschezza.

Il primo esercizio mindfulness del protocollo MBSR consiste infatti nel guardare, toccare, odorare e assaggiare un chicco di uva secca come se non si fosse mai conosciuto. Durante l’esercizio la maggior parte delle persone si accorge di non aver mai immaginato tante caratteristiche e qualità in un piccolo chicco di uva.

Mantenere la mente del principiante permette di sospendere le aspettative e i giudizi dettati dalle conoscenze e dalle esperienze pregresse e quindi di scoprire nuovi aspetti dell’esperienza ché è vista con “occhi sempre nuovi e con mente fresca, attenta alle novità e orientata più al presente che al passato” (Chiesa 2011).

 

·         Assenza di giudizio Essere imparziali rispetto a qualsiasi tipo di esperienza. Questa qualità della consapevolezza esclude il concetto binario di giusto o sbagliato, buono o cattivo, equo o ingiusto, ciò che viene considerata l’attività automatica di giudizio, spesso inevitabile, della mente umana.

La caratteristica di questo stato mentale è di osservare i fenomeni per quello che sono, limitandosi a prendere atto dei pensieri, dolori, sensazioni ed emozioni così come si manifestano nel qui ed ora, momento dopo momento. In altre parole si punta ad osservare le caratteristiche e le qualità dei fenomeni più che ad etichettarli.

 

·         Non cercare risultati – Quando sediamo in meditazione e in ogni momento della pratica formale o informale l’unica cosa che ci viene richiesta è di aprirci, di essere presenti al momento che stiamo vivendo; non dobbiamo “stare meglio, cercare la felicità, il benessere, l’equilibrio”, dobbiamo semplicemente puntare il nostro faro di presenza sul dispiegarsi del fenomeno. Se iniziamo a cercare qualcosa, a voler cambiare qualcosa stiamo manipolando i fenomeni che quindi cambiano la loro natura o essenza, sfuggendo così dalla nostra osservazione consapevole. Nella pratica la via migliore per avere risultati è non cercare di avere risultati. La meditazione è non fare. E’ particolarmente difficile perché gli essere umani automaticamente cercano risultati e confrontano il momento presente con il momento ideale, ruminando sulla discrepanza. Lo scopo da perseguire nella pratica è non avere scopi.

 

·         Accettazione – Riconoscere le cose per quello che sono senza attaccamento o avversione. Questa qualità della mente ci aiuta nell’accoglienza dei fenomeni psicofisici che accadono durante le pratiche. Stiamo infatti con ciò che viene a galla indipendentemente dalla sua natura piacevole o spiacevole. Di solito tendiamo infatti ad attaccarci alle situazioni o sensazioni piacevoli e rinneghiamo o tendiamo a escludere l’esistenza di quelle spiacevoli; questo tipo di atteggiamento, peraltro molto diffuso, genera sofferenza. La qualità dell’accettazione ci aiuta a non generare ulteriore sofferenza.

 

Continua…

Chi scrive - Diego

Operatore e insegnante di shiatsu IRTE, istruttore di mindfulness MBSR

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